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"E' questo che volevi, vero?", sussurrò un attimo prima di urlare di dolore, un dolore vero, intenso, duro, spietato, vivo, lancinante, sopraffacente, autentico, devastante. Era il mio pene, entrato
solo per pochi centimetri ma sufficiente a devastarla come un missile a testata nucleare multipla sotterranea a guida laser con schermo 16/9 a cristalli liquidi e dvd incorporato. Provai a spingerlo dentro, ma mi
disse che se continuavo mi avrebbe denunciato per lesioni gravi volontarie aggravate e premeditate. Desistetti. Poi mi fermai del tutto. Fermo, immobile, di sasso, statuario, bronzo, fisso, stoppato, mummificato,
calcificato.
- Che c'è?
- Stavo venendo.
- Si amore, dai, vienimi dentro, vienimi fuori, vienimi in faccia, sulle tette, sulle guance, sui capelli, vieni in aria, vieni per terra. Basta che vieni.
- No.
- Come, no?
- Devo averti
- Non mi sembrava una partita a carte, questa.
- Devi godere, come non hai mai goduto prima, dev'essere universale, cosmico, etereo, immenso, eterno.
- Non è così importante.
- Invece si.
Mi alzai, la girai, la rigirai, me la guardai, riflettei, ci pensai, mi concentrai. Poi l'Idea, inaspettata, improvvisa, inattesa, soprendente, impossibile, sensazionale, fantastica, geniale. Le dissi
di mettersi a pecora. Mi guardò stupefatta. Sorrisi, sapevo che era timorosa di entrare in una dimensione per lei misteriosa e sconvolgente, buia e terribile. Non preoccuparti, le dissi, sarà dolce, sarà bello, sarà
come hai sempre voluto che fosse e che mai fu. Cominciò a piangere. Le misi il pene in bocca. Smise. Ne ero certo. Mi guardai attorno, vidi un vasetto di sciolina per sci da competizione. Lo svuotai nel palmo della
mia mano e lentamente cominciai a spalmarlo in quell'orifizio dolce, stretto, angusto, vabbè, insomma, nel culo. Poi le versai l'olio Bertolli, quello gentile. Il burro Millefoglie, olio di acciughe, panna Chef,
brodo vegetale, salsa tonnata, maionese e un che di parmigiano grattuggiato per rendere la penetrazione non troppo liscia. Mi spalmai sul glande olio di peperoncino calabrese. Ero pronto. Lei dormiva. La svegliai.
Abbiamo un lavoro da finire, cazzo, inginocchiati. Avevo in mano l'attrezzo, glielo poggiai lentamente, cominciò subito a gridare ma si vedeva, si capiva, si intuiva, si immaginava, si sapeva, si prevedeva, che non
desiderava altro. Perciò spinsi. Penetrai. Entrai. Strillò. Urlò. Si dimenò. Si alterò. Si incazzò. Sembrava una jena tailandese nel momento dell'accoppiamento clandestino con un canguro austriaco divorziato.
Continuai, più forte, sempre più forte, fortissimo, meno, di più, ancora un po', più lento, ancora un po', accelera, ancora un po', forte, fortissimo, fortissimissimo. La varietà la stimolò, cominciò a godere,
godeva come una troia, puttana, zoccola, maiala. Mi disse di dirle che era una troia, puttana, zoccola, maiala. Le dissi che era una troia, puttana, zoccola, maiala. Mi chiese di ripeterglielo. Glielo ripetei non
nello stesso ordine, per farla eccitare ancora di più. Si eccitò ulteriormente. Stava godendo, come non aveva mai goduto prima, durante e dopo la nascita e la morte dell'Universo, vide la Creazione, gli Angeli
scendere dal Cielo Nero con la Spada Fiammeggiante tagliare Cazzi Sanguinanti Eretti come in un campo di carciofi, vide la Luce Suprema illuminare lo Spazio, vide la Felicità, vide la Gioia, vide il Paradiso. Era
giunto il momento. Cominciarono i colpi, possenti, intensi, potenti, devastanti, terribili, tellurici, sismici, catastrofici. Lo sperma fuoriuscì, eruttò, allagò, alluvionò, debordò, straripò, rovesciò, attraversò.
Era troppo per lei. Il liquido risalì nell'ano, sfondò l'intestino crasso e lo percorse tutto, irruppe nell'intestino alto, lo crepò provocando varie lesioni interne, lo sperma coprì il fegato e la milza,
cominciarono varie emorragie, si spalmò nello stomaco, non accennava a diminuire, saliva verso l'esofago, cominciò a vomitare sperma e involtini di maiale misti a sangue, si fece una pozza sul pavimento, le
ginocchia cedettero, rovinò a terra. La sentìì mugulare di piacere. Mi disse che nessuno l'aveva mai fatta godere così. Lo sapevo. Si girò a guardarmi. Mi guardava. Mi guardava. Mi guardava.
- Alessandro, perché mi fissi così?
- Eh? Ah!, mi scusi professoressa, mi ero distratto.
- Alessandro, sempre con le tue fantasie, eh? Dovresti scrivere un romanzo...
Tratto da "L'altro erede". Tutti i diritti sono miei (e di Brigida)
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